Per anni, in un mercato dominato dagli Stati Uniti, la sovraesposizione ad azioni non-USA ha penalizzato gli investitori. Oggi ciò potrebbe cambiare.
Gli Stati Uniti stanno uscendo da un periodo di notevole predominio del mercato azionario. In 11 degli ultimi 15 anni, le azioni a stelle e strisce hanno superato quelle non statunitensi, a volte con margini considerevoli. L’anno scorso, però, la situazione è cambiata drasticamente.
Nel 2025, l’indice MSCI EAFE dei titoli non statunitensi dei Paesi sviluppati è salito del 31,2% in dollari USA, mentre l’S&P 500 è salito del 17,9%. Anche dopo questa sovraperformance, le valutazioni sono ancora ben al di sotto di quelle degli Stati Uniti.
Mentre questi rendimenti sono stati sostenuti da un indebolimento del dollaro USA, i titoli non statunitensi hanno registrato un forte aumento del 20,6% anche in valuta locale. Stiamo entrando in una nuova era per le azioni internazionali? Sarà il tempo a dirlo, ma riteniamo che nel 2026 vi siano condizioni favorevoli per gli investitori che cercano di diversificare le allocazioni fortemente esposte agli Stati Uniti.
Il rischio di concentrazione è inferiore nei mercati non statunitensi
Uno dei motivi del dominio statunitense negli ultimi anni, nonché un potenziale rischio, è la crescente concentrazione del mercato. All’alba del 2026, i primi 10 titoli USA rappresentavano quasi il 40% dell’S&P 500 per capitalizzazione di mercato: si tratta del doppio della concentrazione del mercato più ampio nel 2010. Il settore tecnologico e le mega-cap note come Magnifiche Sette hanno dominato il mercato in misura crescente e, oggi, rappresentano il 48% dell’S&P 500 per capitalizzazione di mercato.
Perché ciò è importante? Un’elevata concentrazione implica che relativamente pochi nomi hanno il potere di trascinare i rendimenti durante i periodi di stress del mercato. In altre parole, un’alta concentrazione di mercato negli Stati Uniti diluisce i benefici della diversificazione, sottoponendo gli investitori ai capricci di un piccolo numero di aziende in un solo settore, con conseguente aumento sostanziale della volatilità dell’S&P 500 rispetto al resto del mondo.
Al contrario, i primi 10 titoli nei mercati non statunitensi rappresentano solo il 13% del mercato più ampio, il che significa maggiori opportunità di allocazione settoriale e maggiore potenziale di diversificazione (Cfr. Figura).