Come la debolezza del dollaro statunitense potrebbe favorire i mercati emergenti

28 novembre 2025
4 min read

Gli asset dei mercati emergenti hanno beneficiato dell’indebolimento del dollaro, un trend che potrebbe continuare ancora per diverso tempo.

Negli ultimi mesi, il dollaro statunitense (USD) si è indebolito, alimentando solidi rendimenti di azioni e obbligazioni dei mercati emergenti (EM) nel corso del 2025. Ora che la situazione dei dazi è più chiara e lo shutdown record del governo statunitense si è risolto, il biglietto verde tornerà a rafforzarsi e cambierà le sorti dei mercati emergenti? Noi crediamo di no.

Gli investitori nei mercati emergenti hanno vissuto un anno eccezionale. L’Indice MSCI Emerging Markets è balzato del 33% in dollari USA fino al 31 ottobre, quasi il doppio del rendimento dell’S&P 500. Nel frattempo, il J.P. Morgan Emerging Markets Bond Index ha registrato un incremento del 13%. Dopo rialzi così robusti, è un buon momento per valutare le forze che influenzano il dollaro e il loro impatto su azioni e obbligazioni dei mercati emergenti.

Sei forze che pesano sul dollaro

Diversi indicatori suggeriscono che la fase di debolezza del dollaro USA continuerà. 

  • Deboli o forti che siano, i cicli valutari tendono a durare anni, non mesi. Dal 1983, i periodi di apprezzamento e di deprezzamento del dollaro sono entrambi durati all’circa 10 anni (cfr. Figura). In questo contesto, il dollaro USA risulta ancora relativamente forte rispetto alla sua storia di lungo periodo, motivo per cui riteniamo che l’attuale ciclo di debolezza sia probabilmente solo agli inizi e possa durare ancora per un po’. 
Il dollaro USA è ancora sopravvalutato
USD: tasso di cambio effettivo reale
Rispetto alla sua media storica a partire dal 1964, il dollaro ha ancora un ampio margine di indebolimento.

L’analisi storica non è garanzia di risultati futuri.
Al 31 agosto 2025
Fonte: Federal Reserve statunitense e AllianceBernstein (AB)

  • Le principali banche centrali si stanno gradualmente allontanando dal dollaro USA per diversificare le riserve. Cina e Russia, per esempio, storicamente tra i maggiori investitori in dollari, hanno ridotto considerevolmente le loro posizioni negli ultimi anni. La combinazione di domanda in calo, maggiore offerta e sentiment di mercato negativo tende, nel tempo, a deprezzare la valuta. 
  • Gli investitori esteri potrebbero essere scoraggiati dall’ampliarsi dei deficit statunitensi, che sono oggi ai massimi storici in tempo di pace. Unitamente a una politica americana più orientata verso l’interno, il debito degli Stati Uniti potrebbe spingere gli investitori esteri a ridurre le loro posizioni in dollari o a detenere, in generale, meno asset a stelle e strisce rispetto al passato.
  • Il sovrappeso degli investitori globali su asset denominati in USD lascia spazio a un ribilanciamento orientato verso altre valute. La quota di proprietà estera di investimenti denominati in dollari statunitensi è prossima ai massimi storici. Infatti, sono più gli stranieri che investono in asset USA rispetto agli americani che investono all’estero, come evidenziato dalla posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti, pari a –26% del PIL (cfr. Figura). Poiché un dollaro debole riduce il valore degli asset statunitensi in termini di valute estere, riteniamo che ciò possa indurre un numero crescente di investitori esteri a riallocare gli investimenti lontano dagli asset denominati in dollari, individuando potenzialmente opportunità nei mercati emergenti. 
Cambiamenti nei modelli di proprietà e crescita potrebbero indebolire ulteriormente il dollaro statunitense
I dati sulla posizione patrimoniale netta sull’estero (NIIP) degli Stati Uniti evidenziano una forte concentrazione di proprietari esteri di asset statunitensi e un dollaro collocato nel punto più basso della smile curve.

L’analisi storica non costituisce garanzia di risultati futuri.
Figura a destra: La scarsa crescita globale è definita come lo scenario in cui lo US Economic Surprise Index (ESI) si colloca nel terzo inferiore della propria distribuzione storica, e la media degli ESI dell’Area Euro e della Cina si trova anch’essa nel terzo inferiore; la sovraperformance della crescita statunitense è quantificata come i periodi in cui lo US ESI si trova nel terzo superiore del suo intervallo storico, mentre la media degli ESI dell’Area Euro e della Cina si trova nel terzo inferiore dei rispettivi intervalli storici; il centro della smile curve corrisponde a tutte le altre combinazioni, associate a un deprezzamento moderato del DXY (in media circa –0,1% al mese).
Figura a sinistra al 31 marzo 2025; figura a destra al 4 settembre 2025
Fonte: Bureau of Economic Analysis, Morgan Stanley e AB

  • Il differenziale dei tassi d’interesse tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi potrebbe iniziare a ridursi, il che tende a indebolire il dollaro USA. Storicamente, quando i differenziali dei tassi d’interesse si sono ampliati, il dollaro si è costantemente rafforzato (a eccezione di un breve periodo durante il caos dei dazi di aprile). Con una politica commerciale meno incerta e la Fed statunitense che torna ad allentare la politica monetaria, tuttavia, si stanno ripresentando vecchie dinamiche. Se gli Stati Uniti taglieranno i tassi più degli altri mercati sviluppati, come prevediamo, il restringimento del differenziale dei tassi dovrebbe portare a un ulteriore indebolimento del dollaro USA.
  • Il biglietto verde storicamente si è indebolito quando la crescita degli Stati Uniti si è allineata a quella degli altri Paesi sviluppati, come sta avvenendo attualmente. Gli economisti di AB prevedono per il 2026 una crescita lenta del PIL reale statunitense, pari all’1,7%, ma comunque in linea con l’1,2% atteso per gli altri Paesi industrializzati. Tuttavia, quando gli Stati Uniti hanno sovraperformato o l’ambiente economico globale è peggiorato, il dollaro si è apprezzato. I due estremi superiori costituiscono i limiti della cosiddetta “smile curve” del dollaro (concetto introdotto da Stephen Jen di Morgan Stanley), in cui l’attuale performance dell’USD si trova esattamente al suo punto di maggiore debolezza (cfr. Figura sopra).

In che modo un dollaro più debole favorisce gli asset dei mercati emergenti?

Gli asset dei mercati emergenti beneficiano del calo del dollaro per tre motivi:

  1. Un dollaro più debole può attirare maggiori afflussi, poiché gli investitori cercano rendimenti più elevati in un contesto di deprezzamento della valuta, stimolando potenzialmente anche la crescita aziendale ed economica.
  2. Gli emittenti di obbligazioni traggono beneficio dalla riduzione dei costi di servizio del debito, poiché molti titoli sovrani e obbligazioni societarie dei mercati emergenti sono denominati in dollari statunitensi.
  3. I prezzi delle materie prime, un fattore chiave per molte economie emergenti, tendono ad aumentare quando il dollaro si indebolisce: un ulteriore potenziale elemento di supporto.

Nessuno può sapere se il biglietto verde continuerà a scendere, soprattutto considerando la politica statunitense in continua evoluzione e la pressione esercitata sulla Fed dall’Amministrazione Trump. Per ora, comunque, il dollaro continua a mostrare una tendenza al ribasso, circostanza che la storia ha dimostrato essere un vantaggio per gli asset dei mercati emergenti.

Il dollaro e i mercati emergenti: uno sguardo al passato

L’andamento della valutazione del dollaro USA negli ultimi vent’anni conferma in particolare la nostra tesi a favore degli asset dei mercati emergenti (cfr. Figura). Le azioni EM, per esempio, hanno sovraperformato quelle dei Paesi sviluppati quando il dollaro si è indebolito o stabilizzato tra il 2004 e il 2011.

Azioni dei mercati emergenti: la debolezza del biglietto verde storicamente ha rappresentato un fattore favorevole
Dal 1990, lo schema secondo cui i mercati emergenti sovraperformano quando il dollaro statunitense si indebolisce si è ripetuto più volte.

Le performance passate non sono garanzia di risultati futuri.
MS: mercati sviluppati; ME: mercati emergenti
Azioni dei mercati emergenti rappresentate dall’MSCI Emerging Markets Index; azioni dei mercati sviluppati rappresentate dall’MSCI World Index. USD: DXY Index
Al 31 ottobre 2025
Fonte: Bloomberg, MSCI e AB

L’indebolimento del dollaro USA ha anche compresso gli spread obbligazionari, poiché il rischio di default tende a diminuire quando il costo del servizio del debito si riduce. Questo è avvenuto quando gli spread dei titoli sovrani dei mercati emergenti si sono ridotti durante la maggior parte degli anni 2000; per contro, i differenziali si sono ampliati quando il dollaro si è rafforzato dal 2014 al 2016 e nel 2022 (cfr. Figura). Oggi gli spread sovrani sono ai livelli più bassi dal 2007, e quelli societari restano contenuti rispetto alle medie degli ultimi 15 anni. Tuttavia, riteniamo che le obbligazioni EM offrano valutazioni interessanti per gli investitori selettivi, e che i prezzi potrebbero aumentare rispetto ai Treasury statunitensi qualora gli spread si comprimessero ulteriormente.

Obbligazioni dei Mercati Emergenti: la debolezza del dollaro storicamente ha fatto diminuire gli spread
A partire dal 2004, osserviamo che gli spread dei titoli sovrani dei mercati emergenti si sono ridotti e i prezzi sono aumentati ogni volta che il dollaro statunitense si è deprezzato.

L’analisi è fornita a scopo puramente illustrativo ed è soggetta a revisione. Le performance passate non costituiscono garanzia di risultati futuri.
ME: mercati emergenti. USD: DXY Index; spread del debito sovrano dei mercati emergenti: EMBI Global Diversified Index
Al 31 ottobre 2025
Fonte: Bloomberg, J.P. Morgan e AB

Nonostante la flessione del 2025, il biglietto verde resta storicamente caro rispetto alla maggior parte delle valute e le condizioni attuali suggeriscono che potrebbe indebolirsi ulteriormente. In ogni caso, abbiamo osservato che l’indebolimento del dollaro ha sostenuto gli asset dei mercati emergenti per gran parte del 2025 e oggi ci sono ancora più motivi per credere che queste tendenze continueranno.

Le dinamiche valutarie potrebbero essere un catalizzatore che amplierà l’insieme delle opportunità tra azioni, titoli sovrani e obbligazioni societarie. Ora che l’eccezionalismo statunitense è sottoposto a maggiore scrutinio, riteniamo che gli investitori sottopesati sugli asset dei mercati emergenti dovrebbero rivalutare le proprie posizioni e considerare una diversificazione verso le opportunità in evoluzione nei mercati in via di sviluppo.

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